Il rito druidico



Si appressava la mezzanotte, e secondo il programma di Agliè ci attendeva la seconda sorpresa della serata. Lasciammo gli orti palatini e riprendemmo il viaggio attraverso le colline. Dopo tre quarti d'ora di viaggio Agliè fece parcheggiare le due macchine ai bordi di una boscaglia. Occorreva attraversare una macchia, disse, per arrivare a una radura, e non c'erano né strade né sentieri. Procedevamo, leggermente in salita, scalpicciando nel sottobosco: non era bagnato, ma le scarpe scivolavano su un deposito di foglie marce e di radici viscide. Agliè ogni tanto accendeva una pila per individuare passaggi praticabili, ma la spegneva subito perché — diceva — non bisognava segnalare la nostra presenza ai celebranti. [....]

Mentre stavamo per uscire dalla macchia, incominciammo a udire voci lontane. Finalmente arrivammo ai margini della radura, che ormai appariva illuminata da luci soffuse, come fiaccole, o meglio, lumi che ondeggiavano quasi raso terra, bagliori fievoli e argentati, come se una sostanza gassosa bruciasse con freddezza chimica in bolle di sapone che vagavano sull'erba. Agliè ci disse di arrestarci in quel luogo, ancora al riparo dei cespugli, e di attendere, senza farci scorgere. "Tra poco arriveranno le sacerdotesse. Le druidesse, anzi. Si tratta di un'invocazione della grande vergine cosmica Mikil [...]

"Da dove vengono?" sussurrò Díotallevi. "Da vari posti, dalla Normandia, dalla Norvegia, dall'Irlanda... L'evento è piuttosto singolare e questa è un'area propizia per il rito." "Perché?" chiese Garamond. "Perché certi luoghi sono più magici di altri." "Ma chi sono... nella vita?" chiese ancora Garamond. "Gente. Dattilografe, assicuratrici, poetesse. Gente che potreste incontrare domani senza riconoscere." Stavamo ora intravedendo una piccola folla che si apprestava a invadere il centro della radura. Compresi che le luci fredde che avevo visto erano piccole lampade che le sacerdotesse recavano in mano, e mi erano parse a filo d'erba perché la radura era al sommo di un colle, e da lontano avevo scorto nel buio le druidesse che, salendo da valle, ne emergevano sul ciglio, al margine estremo del pianoro. Erano vestite di tuniche bianche, che fluttuavano nel vento leggero. Si disposero a cerchio, e al centro si misero tre celebranti. "Sono le tre hallouines di Lisieux, di Clonmacnois e di Pino Torinese," disse Agliè.

Avevo notato al centro della radura un cumulo di pietre, che richiamava sia pure vagamente un dolmen.

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Probabilmente la radura era stata scelta proprio a causa della presenza di quei massi. Una celebrante salì sul dolmen e soffiò in una tromba. [...]

"Certo sarebbe meno suggestivo col genis," dissi. Belbo annuì. "Sono qui proprio perché non vogliono il genis," disse. [...]

Agliè non aveva seguito il nostro discorso ma ci aveva sentiti sussurrare. "Non si tratta di un avviso, né di un richiamo," disse, "si tratta di una sorta di ultrasuono, per stabilire il contatto con le onde sotterranee. Vedete, ora le druidesse si tengono tutte per mano, in cerchio. Creano una sorta di accumulatore vivente, per raccogliere e concentrare le vibrazioni telluriche. Ora dovrebbe apparire la nube..." "Che nube?" sussurrai. "La tradizione la chiama nube verde. Aspettate..." Non mi attendevo alcuna nube verde. Ma quasi repentinamente dalla terra si levò una foschia soffice — una nebbia, l'avrei detta, se fosse stata uniforme e massiccia. Era una formazione a fiocchi, che si raggrumava in un punto e poi, mossa dal vento, si levava a sbuffi come una matassa di zucchero filato, si spostava alitando nell'aria, andava a raggomitolarsi in un altro punto della radura. L'effetto era singolare, talora apparivano gli alberi sullo sfondo, talora tutto si confondeva in un vapore biancastro, talora il bioccolo sfumigava al centro della radura, sottraendoci la vista di quanto avveniva, e lasciando sgombri i margini e il cielo, dove continuava a risplendere la luna. I movimenti dei fiocchi erano repentini, inattesi, come se ubbidissero all'impulso di un soffio capriccioso. Pensai a un artificio chimico, poi riflettei: eravamo a circa seicento metri d'altezza, ed era possibile che si trattasse di nubi vere e proprie. Previste dal rito, evocate? Forse no, ma le celebranti avevano calcolato che su quell'altura, in circostanze favorevoli, si potessero formare quei banchi erratici a fior di terra. Era difficile sottrarsi al fascino della scena, anche perché le vesti delle celebranti si amalgamavano col biancore dei fumi, e le loro figure parevano uscire da quella oscurità lattea, e rientrarvi, come se ne fossero generate. Ci fu un momento in cui la nube aveva invaso tutto il centro del prato e alcuni batuffoli, che salivano sfilacciandosi verso l'alto, stavano quasi nascondendo la luna, seppur non tanto da illividire la radura, sempre chiara ai margini. Allora vedemmo una druidessa uscire dalla nube, e correre verso il bosco, urlando, le braccia tese in avanti, così che pensai che ci avesse scoperti, e ci lanciasse maledizioni. Ma, arrivata a pochi metri da noi, mutò direzione e si mise a correre in circolo intorno alla nebulosa, scomparve verso sinistra nel biancore per riapparire da destra dopo alcuni minuti, di nuovo ci arrivò vicinissima, e potei vederne il volto. Era una sibilla dal grande naso dantesco sopra una bocca sottile come una ragade, che si apriva come un fiore sottomarino, priva di denti, salvo due soli incisivi e un canino asimmetrico. Gli occhi erano mobili, grifagni, pungenti. Udii, o mi parve di udire, o credo ora di ricordare d'aver udito — e sovrappongo a quel ricordo altre memorie — insieme a una serie di parole che allora giudicai gaeliche, alcune evocazioni in una sorta di latino, qualche cosa come "o pegnia (oh, e oh!, intus) et eee uluma!!!", e di colpo la nebbia quasi scomparve, la radura si rifece limpida, e vidi che era stata invasa da una torma di maiali, il collo tozzo circondato da una collana di mele acerbe. La druidessa che aveva suonato la tromba, ancora sul dolmen, stava brandendo un coltello.

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"Andiamo," disse Agliè, secco. "È finito." Mi accorsi, udendolo, che la nube era ora sopra di noi e attorno a noi, e quasi non scorgevo più i miei vicini. "Come è finito?" disse Garamond. "Mi sembra che il meglio incominci ora!" "È finito quello che loro potevano vedere. Non si può. Rispettiamo il rito. Andiamo." Rientrò nel bosco, subito assorbito dall'umidità che ci avviluppava. Ci muovemmo rabbrividendo, scivolando sul fondo di foglie putride, ansanti e disordinati come un'armata in fuga. Ci ritrovammo sulla strada. Avremmo potuto essere a Milano in meno di due ore. Prima di risalire sulla sua auto con Garamond, Agliè ci salutò: "Mi perdonino se ho interrotto lo spettacolo. Volevo far loro conoscere qualcosa, qualcuno che vive intorno a noi, e per cui in fondo anche loro ormai lavorano. Ma non si poteva vedere di più. Quando sono stato informato di questo evento ho dovuto promettere che non avrei turbato la cerimonia. La nostra presenza avrebbe influenzato negativamente le fasi successive." "Ma i maiali? E cosa succede ora?" domandò Belbo. "Quello che potevo dire l'ho detto."

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Umberto Eco, Il pendolo di Foucault

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