Improvvisamente la sala cadde nella penombra e le pareti si illuminarono. Mi accorsi che erano ricoperte per tre quarti da uno schermo semi-circolare su cui stavano per essere proiettate delle immagini. Come apparvero mi resi conto che parte del soffitto e del pavimento erano di materiale riflettente, e riflettenti erano anche alcuni degli oggetti che prima mi avevano colpito per la loro rozzezza, le paillettes, la bilancia, uno scudo, alcune coppe di rame. Ci trovammo immersi in un ambiente acquoreo, dove le immagini si moltiplicavano, si segmentavano, si fondevano con le ombre degli astanti, il pavimento rifletteva il soffitto, questo íl pavimento, e tutti insieme le figure che apparivano sulle pareti. Insieme alla musica, si diffusero per la sala odori sottili, dapprima incensi indiani, poi altri, più imprecisi, a tratti sgradevoli. Dapprima la penombra sfumò in un buio assoluto, poi, mentre si udiva un borbottio glutinoso, un ribollire di lava, fummo in un cratere, dove una materia vischiosa e scura sussultava al bagliore intermittente di vampe gialle e bluastre. Un'acqua grassa e collosa evaporava verso l'alto per ridiscendere sul fondo come rugiada o pioggia, e vagava d'intorno un odore di terra fetida, un tanfo di muffa. Respiravo il sepolcro, il tartaro , le tenebre, mi colava d'intorno un liquame velenoso che scorreva tra lingue di letame, terriccio, polvere di carbone, fango, mestruo, fumo, piombo, sterco, scorza, schiuma, nafta, nero più nero del nero, che si stava ora rischiarando per lasciar apparire due rettili — l'uno azzurrino e l'altro rossastro — allacciati in una sorta di amplesso, a mordersi reciprocamente la coda, formando come un'unica figura circolare. [...]
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Umberto Eco, Il pendolo di Foucault
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