L'iniziazione 

Prologo

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Pareva una pianura modulata da dune, ed era mezza montagna. Come se la mano di un demiurgo inabile avesse pressato cime che gli erano parse eccessive, trasformandole in una cotognata gibbosa senza soste, sino al mare, chissà, o sino ai pendii di catene più aspre e decise. Arrivammo al villaggio dove, al bar della piazza centrale, avevamo appuntamento con Agliè e Garamond. Alla notizia che Lorenza non era con noi Agliè, se pure ne fu contrariato, non lo dette a vedere. "La nostra squisita amica non vuole partecipare con altri i misteri che la definiscono. Singolare pudore, che apprezzo," disse. E fu tutto.
Procedemmo, in testa la Mercedes di Garamond e in coda la Renault di Belbo, per valli colline, sino a che, mentre la luce del sole stava scemando, arrivammo in vista di una strana  costruzione inerpicata su un colle, una sorta di castello settecentesco, giallo, da cui si dipartivano, così mi parve da lontano, delle terrazze fiorite e alberate, rigogliose nonostante la stagione. Come arrivammo ai piedi dell'erta, ci trovammo su uno spiazzo dove erano parcheggiate molte macchine. "Qui ci si ferma," disse Agliè, "e si prosegue a piedi." Il crepuscolo stava ormai diventando notte. La salita ci appariva nella luce di una moltitudine di fiaccole, accese lungo le pendici. [...]

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Rievocavo l'altra sera nel periscopio e avvertivo un'aria di famiglia tra le due esperienze. […]

ma certamente fu quella sera che il Piano prese forma nella nostra mente […]


"Il percorso è rituale," ci stava dicendo Agliè mentre salivamo. "Questi sono giardini pensili, gli stessi o quasi – che Salomon de Caus aveva ideato per gli orti di Heidelberg – voglio dire, per l'elettore palatino Federico V, nel gran secolo rosacrociano. La luce è poca, ma così dev'essere, perché è meglio intuire che vedere: il nostro anfitrione non ha riprodotto con fedeltà il progetto di Salomon de Caus, ma lo ha concentrato in uno spazio più angusto. I giardini di Heidelberg imitavano il macrocosmo, ma chi li ha ricostruiti qui ha solo imitato quel microcosmo. [...]

Ogni aspetto di questa terrazza riproduce un mistero dell' arte alchemica […]


Salivamo, e di terrazza in terrazza i giardini mutavano fisionomia. Alcuni avevano forma di labirinto, altri figura di emblema, ma si poteva vedere il disegno delle terrazze inferiori solo dalle terrazze superiori, così che scorsi dall'alto la sagoma di una corona e molte altre simmetrie che non avevo potuto notare mentre le percorrevo, e che in ogni caso non sapevo decifrare. Ogni terrazzo, visto da chi vi si muoveva tra le siepi, per effetto di prospettiva mostrava alcune immagini ma, rivisto dal terrazzo superiore, provvedeva nuove rivelazioni, magari di senso opposto – e ogni grado di quella scala parlava così due diverse lingue nello stesso momentoScorgemmo, a mano a mano che salivamo, piccole costruzioni. Una fontana dalla struttura fallica, che si apriva sotto una specie di arco o portichetto, con un Nettuno che calpestava un [...]

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delfino, una porta con colonne vagamente assire, e un arco di forma imprecisa, come se avessero sovrapposto triangoli e poligoni a poligoni, e ciascun vertice era sovrastato dalla statua di un animale, un alce, una scimmia, un leone... […]


Tutto il giardino è leggibile come un libro, o come un incantesimo, che è poi la stessa cosa. Potreste, sapendo, pronunciare a bassa voce le parole che il giardino dice, e sareste capaci di dirigere una delle innumerevoli forze che agiscono nel mondo sublunare. Il giardino è un apparato per dominare l'universo." Ci mostrò una grotta. Una malattia di alghe e scheletri di animali marini, non so se naturali, in gesso, in pietra... Si intravedeva una naiade abbracciata a un toro dalla coda squamosa di gran pesce biblico, adagiato in una corrente d'acqua, che fluiva dalla conchiglia che un tritone teneva a modo d'anfora. "Vorrei che loro cogliessero il significato profondo di questo che altrimenti sarebbe un banale gioco idraulico. De Caus sapeva bene che se si prende un vaso, lo si riempie d'acqua e lo si chiude in alto, anche se poi si apre un foro sul fondo, l'acqua non ne esce. Ma se si apre anche un foro al di sopra, l'acqua defluisce o zampilla in basso." "Non è ovvio?" chiesi. "Nel secondo caso entra l'aria dall'alto e spinge l'acqua in basso." "Tipica spiegazione scientista, in cui si scambia la causa per l'effetto, o viceversa. Lei non deve chiedersi perché l'acqua esce nel secondo caso. Deve chiedersi perché si rifiuta di uscire nel primo." "E perché si rifiuta?" chiese ansioso Garamond. "Perché se uscisse rimarrebbe del vuoto nel vaso, e la natura ha orrore del vuoto. Nequaquam vacui, era un principio rosacrociano, che la scienza moderna ha dimenticato." "Impressionante," disse Garamond. "Casaubon, nella nostra meravigliosa storia dei metalli queste cose debbono venire fuori, mi raccomando. E non mi dica che l'acqua non è un metallo. Fantasia, ci vuole." "Mi scusi," disse Belbo ad Agliè, "ma il suo è l'argomento post hoc ergo ante hoc. Quello che viene dopo causa quello che veniva prima." "Non bisogna ragionare secondo sequenze lineari. L'acqua di queste fontane non lo fa. La natura non lo fa, la natura ignora il tempo. Il tempo è un'invenzione dell'Occidente." [...]

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Il vero esoterismo non ha paura dei contrari." [...] 

"Quod ubique, quod ab omnibus et quod semper. L'iniziazione è la scoperta di una filosofia perenne." Così filosofando eravamo giunti al sommo delle terrazze, imboccando un sentiero in mezzo a un ampio giardino che portava all'ingresso della villa […]


(Umberto Eco, qualche pagina più avanti , dirà che, nell'esporre tali eventi, non ha rispettato la corretta
successione delle tre fasi alchemiche: nigredo, albedo, rubedo, cioè Inferno, Purgatorio e Paradiso) 


Vedemmo il professor Camestres, uno dei primi diabolici che ci avevano fatto visita alla Garamond, l'avversario dell'Ordo Templi Orientis. Stentammo a riconoscerlo perché si era mascherato in modo che ci parve singolare, ma che Agliè stava definendo come appropriato all'evento: era vestito di lino bianco coi fianchi cinti di un nastro rosso incrociato sul petto e dietro alle spalle, e un curioso cappello di foggia secentesca su cui aveva appuntato quattro rose rosse. [...]


Passammo attraverso un portale istoriato, che mi evocò il cimitero di Staglieno. In alto, sopra una
complessa allegoria neoclassica, vidi scolpite le parole CONDOLEO ET CONGRATULOR. [...]


"Al primo stadio dovresti riuscire a comunicare con altre menti, poi proiettare in altri esseri pensieri e immagini, caricare i luoghi con stati emotivi, acquisire autorità sul regno animale. In un terzo tempo tenti di proiettare un tuo doppio in qualsiasi punto dello spazio: bilocazione, come gli yogi, dovresti apparire simultaneamente in più forme distinte. Dopo si tratta di passare alla conoscenza sovrasensibile delle essenze vegetali. Infine tenti la dissociazione, si tratta di investire la compagine tellurica del corpo, di dissolversi in un luogo e riapparire in un altro, integralmente — dico — e non nel solo doppio. Ultimo stadio, il prolungamento della vita fisica..." [...]

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Umberto Eco, Il pendolo di Foucault

P. s. Cliccare sulle parole blu, sono dei link


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